1° tentativo di scrittura creativa….

Posted by stefano on febbraio 15th, 2009 filed in Libreggiando ..qua e là.

Un nuovo arrivo.

Era stata una giornata calda e afosa anche se ormai, a settembre oramai inoltrato l’ estate poteva dirsi conclusa.

Il treno, uno sferragliante regionale, sporco e rumoroso, arrancava per l’ ultimo tratto del suo tragitto verso Venezia, mentre una voce anonima, all’ altoparlante annunciava l’ arrivo del treno alla stazione centrale di Mestre con venticinque minuti di ritardo.

L’ aria all’ interno del treno, era afosa e viziata nonostante l’ impianto di condizionamento, da poco installato per legge su tutti i treni statali, ma nonostante ciò all’ interno l’ atmosfera era ricca di vita, dal vociare di giovani studenti universitari che si recavano nella città più bella e originale al mondo per affondare nuovi esami universitari, al cicaleccìo di tutti coloro che parlando, a voce o tramite cellulari, di sentimenti, avventure , intenzioni e sogni, partecipavano ad animare infinite discussioni.

In fondo al treno, nell’ ultimo vagone regnava per contrasto un calma surreale, poche persone avvolte in un silenzio quasi altrettanto vivo, perse nei loro pensieri, osservavano come ciechi  il paesaggio, come incendiato da un tramonto infuocato, passare dalle dolci e fertili atmosfere rurali della campagna padana al cupo e grigio aspetto delle zone fortemente industrializzate nei pressi del porto commerciale di Mestre.

Un  uomo occupava, solo, l’ ultimo sedile in fondo; sedeva composto e in silenzio, come a voler dimostrare, seppur in modo primitivo e inconscio, che per quel che lo riguardava il suo posto, così come il mondo che lo circondava fossero un qualcosa per lui completamente irrilevante.

Ad un qualunque osservatore casuale, che avesse rivolto lo sguardo verso lui , si sarebbe manifestata una curiosa sensazione, un‘ immagine stranamente malinconica , come di speranze deluse o di risa soffocate nel silenzio.

La figura emanava un magnetismo quasi mistico , tale da attirare sguardi curiosi e occhiate sfuggenti, ma la cui espressione severa e  indifferente intimavano, con forza ancora maggiore, il desiderio di un assoluto isolamento e il disprezzo per una qualunque forma di contatto umano.

Improvvisamente, simile allo stridio di mille corvi,  un sibilo acuto, generato dal passaggio ad un binario secondario, lacerò l’aria avvisando i viaggiatori pochi istanti prima dell’ impersonale voce dell’ altoparlante, l’ arrivo del treno alla stazione termini di Mestre.

Come un tuono, rombante e improvviso fa levare in cielo centinaia di volatili, così la percezione del termine del lungo e noioso viaggio accrebbe a dismisura il vociare all’ interno dei vagoni. Decine di persone, uomini d’ affari, famiglie con bambini al seguito, studenti, uomini e donne di ogni estrazione sociale si levarono come un solo uomo, felici di poter uscire da quell’ anonima gabbia di lamiera sferragliante e si riversò fuori dai vagoni, in preda ad un’ euforia quasi isterica, pervasa dalla sensazione che il tempo, quasi bloccato all’ interno del treno durante l’ interminabile viaggio, avesse ripreso a scorrere a tutta velocità come se volesse riprendersi quanto aveva inconsapevolmente ceduto.

Infine quando oramai la tempesta umana aveva esaurito la sua furia, un ultimo uomo scese …  stivali di cuoio marrone, consunti da mille viaggi posero piede sulla banchina del binario, percorrendo con movenze decise, ma senza alcuna fretta, la distanza che li separava dal terminal esterno.

Le labbra sottili si  arricciarono in un sorriso, quasi di scherno verso se stesso, quando l’ uomo si accese l’ ennesima di una lunga, quasi interminabile serie di marlboro. Il tabacco, finemente compresso e tostato nello zucchero si accese con un crepitio di vita propria, mentre il fumo fuoriusciva dalla prima boccata con una voluta quasi sensuale di danza nel vento.

La superficie specchiata dei Rayban rifletteva un cielo oramai buio, mentre il sole dolcemente declinava annunciando il sopraggiungere di un’ altra notte.

La stazione ferroviaria di giorno così ricca di vita, da parere dotata anch’ essa di un propria volontà, era avvolta nel silenzio della sera, l’ aria greve e afosa, carica di elettricità statica, sembrava  quasi attendere un qualche evento che desse un significato ad una giornata altrimenti non dissimile a tante altre che erano passate, e alle innumerevoli che ne sarebbero seguite.

La banchina per l’ attesa e il transito dei viaggiatori era oramai avvolta nella penombra, mentre i neon, opachi di sporcizia,  iniziavano ad emettere un tenue bagliore giallastro , rinnovando la loro eterna lotta contro le tenebre.

Mentre l’ uomo proseguiva il suo cammino verso la propria meta, sempre che gli fosse nota, una figura, verosimilmente femminile, irruppe nel suo campo visivo, fuoriuscendo con un unico movimento fluido dalle ombre  delle colonne marmoree della copertura. La donna si mosse decisa verso di lui come un predatore sanguinario che avesse puntato la propria futura cena, fissando con occhi di un grigio glaciale l’ uomo che costituiva il motivo della sua attesa in quello squallido luogo.

Ealinor, questo era il nome che si era scelta alla maggiore età, indossava alti stivaletti di pelle, jeans aderenti le fasciavano le gambe e, sopra una semplice maglietta di un rosso sgargiante risaltava  un giubbotto scuro in stile “bikers”; era una donna attraente e sebbene ormai prossima alla quarantina, trasmetteva la sensazione di possedere una perfetta padronanza di sé, uno stile impeccabile e una presenza carismatica, che molte ragazzine, seppur più giovani e belle, avrebbero invidiato con tutto il cuore. Il karate e lo yoga , che praticava fin dalla fanciullezza  con passione e disciplina, ne avevano modellato il fisico mantenendolo tonico e snello seppur addolcito, nelle curve, dalla morbida sensualità tipica di una donna matura.

<< Immagino che lei sia “padre Dom…” >> lo apostrofò la donna piazzandosi , con aria autorevole di fronte all’ uomo; << la stavo aspettando già da qualche tempo; secondo le miei disposizioni sarebbe dovuto arrivare più di tre ore fa…..>>

<< Mi spiace contraddirla signora >> accennò in risposta con un’ accento solo vagamente ispanico << ma non credo di essere l’ uomo che sta cercando , se ha bisogno di un prete dovrebbe recarsi in una chiesa, mi risulta che qui in Italia non manchino.>>

L’ uomo gettò , con irritazione , il mozzicone fra i binari e fece per proseguire lungo il suo cammino scostando con indifferenza la donna, così come si agita una mano per scacciare un insetto fastidioso.

Non appena l’ uomo fece per oltrepassarla, Ealinor, stressata dal caldo della giornata, irritata dalla lunga attesa, e offesa dal tono sarcastico dell’ uomo,  fu colta da un freddo furore, si girò di scatto facendo perno sul piede sinistro, piegò il busto di lato per aggiungere peso sulla gamba flessa e scagliò, in perfetto stile di combattimento, un  calcio rotante diretto alla schiena di quell’ arrogante presuntuoso. Solo che il corpo dell’ uomo non era più nella stessa posizione, come presagendo un ‘ intenzione violenta si scansò agilmente con un’ abile gioco di gambe, facendo perno sul piede destro ruotò su se stesso e si slanciò all’ indietro arrivando di fianco al suo aggressore bloccandole entrambe le braccia con una leva a gomito.

<< Allora  signora >> il sarcasmo nella voce era pungente , << non mi sembra che questo paese rimembri la tradizionale ospitalità per cui va famoso….>>

<<Posso sapere cosa cerca da me e da questo sedicente“ padre Dom…” ??? >> disse stingendo la leva fino a far sussultare la donna.

<<Mi lasci, ah , e risponderò alle sue domande…..>>  rispose lei con un gemito di dolore …..e immediatamente fu libera dalla morsa d’ acciaio che la bloccava.

Subitaneamente la donna si voltò con una luce omicida nello sguardo, poi lentamente , come le nubi temporalesche oscurano il sole, i suoi lampeggianti occhi cristallini divennero opachi e parve recuperare un certo dominio esteriore.

<< Il mio vero nome è Eleonora Regnanti ma lei può chiamarmi Ealinor, stavo aspettando codesto “prete”, per consegnargli una lettera da parte di un suo vecchio maestro, Monsignor Juan Corriga, il quale mi ha chiesto espressamente di consegnarla a lui e solamente a lui.

<< Spiacente signora, ma l’ uomo che cerca non credo esista più ; in effetti io sono Dominic ma non sono più “padre” da molti anni , ho abbandonato la chiesa e maledetto dio e qualunque “missione” debba affidarmi il vecchio Juan non credo di poterlo aiutare .>>

Dicendo queste parole Dominic si sfilò gli occhiali scuri , rivelando due occhi castano dorati di un’ intensità che raramente si trovano in uomini di indole pacifica; il suo sguardo parlava con eloquenza di una continua lotta interiore , e di una volontà ferrea che anelava una pace che però poteva essere conquistata solo a carissimo prezzo.

<< Questo ha ben poca importanza per me , >> rispose lei << se lei è chi dice di essere devo solo consegnare il messaggio, ed eventualmente farle da guida se così deciderà , altrimenti me ne andrò per la mia strada e non ci rivedremo più.>> e così dicendo gli consegnò una lettera e si allontanò di diversi passi , andando a sedersi su una fredda panchina di granito.

La superficie fredda la rilassò e , nell’ attesa di conoscere il prosequio di quella strana storia si mise a scrutare le molteplici scritte che decoravano e deturpavano quel luogo pubblico ; grida d’ amore , di scherno e di odio erano impresse sulle colonne e sulle panchine , ovunque ci fosse una superficie libera , questa era stata imbrattata di variopinti messaggi , da una moltitudini di animi inquieti , desiderosi di imprimere nella fredda pietra la testimonianza dello loro patetica esistenza.

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